Fabio Nari: il talento del combattente

di GIULIA BERTOLI

Grandi fatiche, grandi ricompense. Fabio Nari, 43enne  ciclista pietrasantino, campione nazionale ed europeo nella categoria ' triciclo',  disciplina riservata agli atleti disabili, sorride ancora. Lo ha fatto anche nei giorni scorsi chiudendo  in bellezza la sua stagione ciclistica con "L'Eroica", competizione ad alto livello di fatica e possibile solo per  chi ha polmoni, forza e voglia di non arrendersi.  Una passione, quella di Nari per la bici, che dai 25 anni in poi non l'ha più abbandonato. Nonostante quel tragico incidente su Capriglia, nonostante le conseguenze fatali, gli anni più faticosi, terapie, delusioni e sconforto.  Ed è proprio un "nonostante", forte e chiaro quello che Fabio pone tra se stesso e la disgrazia fatale che lo ha colpito, perchè niente e nessuno è riuscito a fermarlo. 

 

 

 
DOMANDA: Quando è nata la sua passione per il ciclismo e in che modo si allenava?
RISPOSTA:  Ho iniziato a 25 anni, e non l'ho più abbandonata. Mi allenavo molto, ma lo facevo a livello amatoriale, percorrendo tutta la Versilia per lungo e per largo alla ricerca dei percorsi più stimolanti per me. Capriglia  e dintorni in particolare….
D: E poi cos'è accaduto? Ci parli del suo incidente.
R: Mi trovavo proprio nella zona di Capriglia, fera la fine del  2005, e durante una ripetuta, in curva, mi sono scontrato con un altro ciclista che stava arrivando in contromano. La sua testa è finita nella mia carotide e l'impatto è stato certamente violento. Sono stato portato in ospedale,  ma in un primo momento non sembrava ci fossero conseguenze preoccupanti.
D: Il peggio dunque, è arrivato subito dopo?
R: Esattamente 6 giorni dopo si è staccato un embolo, con conseguente emiparesi sinistra. Ho avuto un ictus e poi sono iniziati anche gli attacchi epilettici. Facevo il barista da ventidue anni,  dunque ho perso il lavoro, la mia quotidianità, ed è cominciato il periodo più difficile. Da li, un anno di fisioterapisti, molte terapie, staminali: peggioravo anzichè migliorare. Ho capito che non era quella la chiave della mia ripresa; tornare a pedalare era l'unica cura che mi avrebbe restituito indietro la mia vita e la mia libertà.
D: Come ha reso possibile il suo desiderio di tornare in bicicletta?  E da chi ha trovato la forza per ricominciare?
R: Ringrazio mia moglie e la mia famiglia, che mi hanno sostenuto ad aiutato concretamente, ma ringrazio anche la mia fede in Dio, un viaggio a Lourdes nel 2009 mi ha cambiato la vita. Ho fatto il bagno nella fontana e ho chiesto due cose: tornare in bicicletta e non soffrire più di attacchi epilettici; entrambe le mie preghiere sono state ascoltate. Tramite il campione disabile Fabrizio Macchi, sono tornato a percorrere la Versilia con un particolare triciclo, ed ho subito un'operazione alla gamba per poter pedalare ancora. Piano piano ho iniziato ad allenarmi, partecipando così a gare e competizioni a livello internazionale. Oggi la mia società è la v.c.Sommese.
D: Qual'è esattamente il tipo di disciplina che pratica oggi?  A quali competizioni ha partecipato?
R:  Faccio parte della categoria "tricicli", disciplina ciclistica riservata a persone diversamente abili, gareggiamo su un triciclo a tre ruote. Fisicamente per me è un po più difficile degli altri, perchè non siamo smistati in più categorie, una ne copre tutte, sotto "danno cerebrale". La mia è MT1. Se gli altri atleti possono utilizzare due braccia, io una sola. Mi alleno sei giorni alla settimana, e stacco solamente un paio di settimane nel mese di ottobre, a fine stagione, per poi ricominciare regolarmente. Mi sono tesserato con una società di Parma, ho vinto l'oro a Praga nel 2010 e nel 2011 e quest'anno ho portato a casa la medaglia d'argento. E poi  ho partecipato ai campionati di categoria italiani, l'ultima "fatica" prima di chiudere la stagione, è stata l'Eroica, bellissima esperienza.
D: Come comunica con i giovani che hanno subito il suo stesso tipo di problema? Si rende conto di essere un vero e proprio esempio da seguire per tante persone;
R:  Utilizzo  facebook, ed è un mezzo molto utile di comunicazione; sono in contatto con tanti ragazzi giovani, sopratutto del Sud, ma quello che manca in ogni caso, e che servirebbe, è il contatto diretto. Per far capire che, anche quando le speranze sembrano essere poche, anche quando medici e fisioterapisti non sono d'accordo, passione e forza d'animo, fanno fare imprese meravigliose.    
 
Pedala Fabio, continua a pedalare per regalarci grandi emozioni.

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