Ricche di essere e svuotate di avere: nonna Eugenia e La Capannina

Non ho mai conosciuto mia nonna Eugenia. È morta qualche anno prima che io nascessi. Di lei so quello che ha raccontato  mamma Eufemia, non moltissimo per la verità. O quello che, quando ero un bambino,  svelavano  di lei  le persone che l’avevano incrociata nel quotidiano. Parole che mi sono rimaste impresse e mai nebulizzate dal tempo che scorre.
Nonna Eugenia ha avuto una vita complicata, dolorosa, una vita di stenti. Era una persona profondamente buona, incapace solo di immaginare, in un qualsiasi architrave di pensiero, un’istantanea malevola. Come altre donne del pre e del dopo guerra ha condiviso povertà estreme e sacrifici impensabili. Eppure tristemente reali.
Aveva la sua dignità e un sorriso, così mi sussurra una sua foto, stanco ma rassicurante. Nonna ha vissuto per i suoi tre figli: Enrico, Eufemia e Domenico.  Esclusivamente per i suoi tre figli. E per il suo Beppe, ma questa è un’altra storia.
Una vita, la sua, purtroppo breve, ma generosa di storie, episodi, rinunce. Dolori e piccole e grandi gioie.
Ho pensato, purtroppo tardivamente,  di dedicarle qualche riga giusto perché pochi giorni  fa sono venuto a sapere che, grazie alla sua manualità geniale, a quella sua capacità di realizzare il tutto partendo dal nulla, ha “creato” le sedute e gli arredi dell’allora Capannina di Franceschi. Con le sue mani intrecciava la paglia, le corde e nell’imperfezione del dettaglio più luminoso completava quelle sedie, quei divanetti, quelle decorazioni che appartengono alla storia del locale.
Non credo che sia stata la sola a farlo, negli anni a cavallo fra il 1940 e il 1950 e dopo ancora. Erano donne straordinarie: ricche di essere e svuotate di avere. 
Sempre nei giorni scorsi ho assistito alla presentazione della nuova Capannina di Franceschi, quella acquisita dal Gruppo Armani e che aprirà nel marzo 2027. Durante questa presentazione Michele Tacchella, fortemarmino con un ruolo apicale proprio nel gruppo Armani, ha accennato alla volontà di recuperare, in qualche modo, i volti e i contesti del passato che hanno reso iconica La Capannina. Mi è sembrato qualcosa di significativo.
E ho subito pensato a nonna Eugenia. Di cui nessuno ha mai scritto niente. Che pochissimi, se non i suoi cari, oggi ricordano. Che non ha mai avuto un plauso pubblico, una menzione. Un complimento minimamente ostentato.
E come lei altre donne, altre anime rare. Che sono riuscite a rendere nel silenzio, con lo sguardo stanco e rassicurante, grazie a una manualità immensa, questo paese, Forte dei Marmi, a suo modo unico. E resistente.
Anche se nessuno le ricorda, anche se il presente ci consegna a un altro domani. Che rischia di sfregiare per sempre questa terra. Che in realtà è già in parte sfregiata.
Ecco perché ricordare nonna Eugenia Luisi e le altre anime rare è necessario.
Ricordare per non dimenticarle.
Ricordarle per non dimenticarci.
(lucabasile)

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