La protezione dei dati sanitari deve diventare una priorità concreta per ospedali, aziende sanitarie, studi medici, laboratori e pubbliche amministrazioni. A richiamare l’attenzione sui rischi legati alla circolazione impropria delle informazioni sulla salute è Francesco Tanasi, giurista e Segretario Nazionale Codacons.
“Una diagnosi inviata alla persona sbagliata, un referto lasciato incustodito o una cartella clinica consultata senza motivo — dichiara Tanasi — possono determinare una grave violazione della riservatezza del paziente”.

Il Codacons ricorda che le informazioni sanitarie godono di una tutela rafforzata perché possono rivelare patologie, condizioni psicologiche, disabilità, terapie, ricoveri e percorsi di cura. Secondo l’associazione, proprio per la loro delicatezza, questi dati non possono essere trattati come informazioni comuni né consultati liberamente da chiunque lavori all’interno di una struttura sanitaria.
“L’accesso a referti e cartelle cliniche — spiega Tanasi — deve essere consentito soltanto al personale autorizzato e quando esiste una reale esigenza assistenziale. Lavorare in un ospedale o in un’azienda sanitaria — precisa il giurista — non significa avere il diritto di conoscere le condizioni di salute di qualsiasi paziente”.
Il Codacons ritiene indispensabile l’adozione di misure tecniche e organizzative adeguate per impedire accessi ingiustificati, invii errati, sottrazioni e divulgazioni accidentali. L’associazione chiede controlli sugli accessi, tracciabilità delle consultazioni, credenziali personali, sistemi informatici aggiornati e una formazione costante del personale.
“Molte violazioni — sottolinea Tanasi — non dipendono da complessi attacchi informatici, ma da disattenzioni quotidiane. Una password condivisa, un documento dimenticato sulla stampante, uno schermo lasciato visibile o una diagnosi pronunciata ad alta voce — osserva il Segretario Nazionale Codacons — possono esporre informazioni estremamente delicate”.
Il Codacons richiama inoltre l’attenzione sulla pubblicazione degli atti online. L’associazione evidenzia che eliminare il nome del paziente può non essere sufficiente quando altri elementi, come l’età, il luogo di residenza, il reparto o le circostanze descritte, consentono comunque di identificarlo.
“La violazione dei dati sanitari — avverte Tanasi — può determinare responsabilità amministrative, civili e disciplinari e, nei casi previsti dalla legge, anche conseguenze penali. Chi subisce un danno — aggiunge il giurista — può inoltre agire per ottenere il risarcimento”.
“La privacy sanitaria — ribadisce Tanasi — non è un ostacolo burocratico né un adempimento secondario. Proteggere i dati — evidenzia il Segretario Nazionale Codacons — significa difendere il paziente da esposizioni indebite, discriminazioni e ripercussioni nella vita personale e lavorativa. Tutelare la riservatezza — rimarca Tanasi — significa anche preservare la fiducia nel sistema sanitario, perché chi teme che le proprie informazioni possano circolare senza controllo potrebbe rinviare una visita o evitare di riferire al medico aspetti importanti per la cura. Curare una persona significa proteggere anche la sua dignità, la sua storia clinica e la sua vulnerabilità”. – conclude Tanasi.