Museo Mitoraj: il Falò della vanità

C’è una cosa che mi ha particolarmente colpito durante la cerimonia di sabato 6 giugno dell’inaugurazione del Museo Mitoraj a Pietrasanta. No, non è il Museo in sé – ci torneremo  più avanti– e nemmeno il fatto che, a epilogo dei mille cantieri, costerà 17, sì diciassette, milioni di euro: un importo debordante che però, forse alla pari di altri, ho ormai metabolizzato fra le mie assuefatte sinapsi.

Quello che mi ha invece colpito è stata la forsennata, ostentata, sguaiata, trafelata e ansiogena corsa ai posti in prima fila. Posti riservati alle autorità, agli amici delle autorità, alle mogli e ai mariti delle autorità, alle compagne e ai compagni delle autorità, alle autorità presunte, alle autorità ormai evaporate dal divenire del tempo.

Ma posti (ecco il punto) su cui ambivano ad ancorare le proprie nobili terga anche i soliti figli di “quelli che contano”, quelli che hanno il ristorante frequentato dai vip, quelli del “io conosco il sindaco e te chi sei per dirmi di no”, quelli ancora del “ho una galleria d’arte a Sarzana e dovrei stare in piedi?”.

I posti privilegiati non erano tantissimi, giusto così, e gestirli, immagino, da parte della Fondazione Mitoraj non deve essere stato semplicissimo. Insomma, quelle sedie in plastica di color bianco che facevano tanto sagra di una volta – finalmente una rievocazione della Versilia che fu – hanno rappresentato per molti il malcelato oggetto del desiderio, il simbolo del potere finalmente riconquistato e fieramente esibito.

Ma tutto questo falò della vanità, dissolto nella calura di un sabato di prima estate, si è visto respinto, cacciato indietro, redarguito come il bambino che si intrufola in campo prima dell’inizio della partita di calcio. E così la Grande Bellezza in salsa pietrasantese – ma di pietrasantini, alla fine, non ne ho visti poi così molti – dove l’apparire effimero diventa sostanza, è sfiorita in improperi: “vergognatevi”, “a me non me ne frega, ma qui non mi rivedrete”, “io non conterò niente, ma voi siete dei cafoni perché non mi avete neppure riconosciuto”.

Una varia e, ammettiamolo, tristissima umanità, fortunatamente limitata nel numero e ancora più fortunatamente non contagiosa, anche perché la stragrande maggioranza dei presenti si è limitata a seguire la cerimonia affogando sobriamente nella ressa e nella calura. Gli altri, quelli tristissimi, si sono invece allontanati sigillando sul volto il ghigno della rivalsa e del semi-eterno rancore.

In attesa del prossimo posto in prima fila, forse questa volta sì, libero. E riservato. Anzi, riservatissimo.

P.S.

Due brevi note a margine. Una signora  con un’età molto importante e dal passo incerto ha cercato di raggiungere l’entrata del museo all’inizio della cerimonia. Voleva vedere le opere. Ha chiesto, gentilmente e ad alta voce, l’orario di apertura. Forse, nell’attesa, una sedia per lei si poteva trovare. E invece è stata accompagnata nelle retrovie. Quelle più periferiche.

Seconda nota: l’ex direttore degli Uffizi e oggi del Museo di Capodimonte, Eike Schmidt, vista la parata dei disperati per un “posto al sole”, non ha chiesto, non ha reclamato, ma si è seduto in disparte, su un angolo della scalinata. E lì è rimasto per tutta la cerimonia.

Quando la normalità è straordinaria.

(lucabasile)

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