Storia di una quarantena movimentata

di India Giovanna Simi

continua….

capitolo 3 : Il senso bricolagico

Quale miglior occasione per finire di attaccare i quadri e mettere a posto le ultime cose ancora inscatolate,
se non la quarantena da Covid19?
Ovviamente pianta un chiodo lì, metti una vite di là e un dito è facile che rimanga sotto al martello di una
mano (l’altra, in questo caso) poco esperta.
Ogni volta che prendo in mano un attrezzo da lavoro, mi viene in mente mio padre, che aveva delle mani
grandi e ruvide, piene di calli, con le unghie un po’ nere, un po’ malate, per i troppi colpi, per i piccoli

incidenti del mestiere.
Ad ogni modo lui era stato bravo, c’è chi ci aveva lasciato un dito, chi una mano…lui era solo un uomo
alto con le mani grandi e piene di calli.
Mio padre era falegname, uno di quelli che non ci sono più, una razza di artigiani in estinzione, quelli che
fanno tutto a misura, perché lo fanno tutto a mano.
Era un mago, come lo sono tutti quelli che da un pezzo di materiale duro e informe riescono a tirarci fuori
una cosa completamente diversa; una porta, un camino, una scala, una barca, un mobiletto, un letto…
Aveva tante macchine: la levigatrice, la pressa, la pialla, la sega circolare, la smerigliatrice…
Quando ero piccola d’estate dormivo nella casa estiva accanto alla falegnameria, e i colpi di martello e il
rumore delle macchine accese avrebbero svegliato anche un sordo.
A me quei suoni cullavano e potevo dormire altre 2 ore nel frastuono.
Sempre d’estate, verso le 15 gli portavo una bibita fresca, fatta con le foglie di verbena e menta che
avevamo in giardino; in quel momento, che aspettava con intima soddisfazione, smetteva di lavorare e
beveva, rinfrescandosi dal caldo afoso, come un nuotatore che torna in superficie per prendere un po’
d’aria, dopo che è stato tanto sott’acqua, e subito pronto a rituffarsi negli abissi.
Quando ho venduto casa, avrei portato via tutto, se avessi potuto… anche i muri di legno della bottega
dove lavorava.
La “bottega”, così lui usava chiamare il laboratorio dove costruiva le sue opere, i suoi mobili, le sue
creazioni.
Mi ricordo quando costruì il letto per il mio bimbo appena nato.
Secondo me era l’unica culla che aveva costruito nella sua lunga carriera di falegname: mastodontica e
indistruttibile, sicuramente un pezzo unico!
Ogni volta che prendo un attrezzo in mano, cerco di rendergli onore, usandolo al meglio.
Sono pur sempre figlia di un falegname!
Eppure a volte mi faccio male e mi schiaccio un dito col martello, però, dita a parte, credo di aver
sviluppato un discreto senso pratico e bricolagico (da bricolage, ndr)
Niente di che, (non c’è pericolo) non devo andare in ospedale.
…continua…

Storia di una quarantena movimentata

Capitolo 4:
Come neutralizzare le cimici

Non so voi, ma io ho temuto il dilagare di una piaga mondiale, di quelle che non si ha memoria, di quelle
che ti provocano un brivido interiore di disgusto e terrore, altro che Covid19:
l’invasione di cimici.
Chi si ricorda la scorsa estate l’aumentare della loro presenza in casa, in giardino, nei ripostigli, sui
terrazzi?
Io le avevo ovunque e peggio ancora le mandavo fuori dalla yurta ogni giorno in gruppi di almeno cinque
elementi.
Quando ho traslocato, ho smontato la tenda e… l’apoteòsi!
Queste pestifere bestioline avevano trovato il loro giaciglio caldo e morbido tra gli strati della mia tenda
ed erano un piccolo esercito.
Si lo so, non è edificante parlare di cimici… io non capisco perché siano così puzzolenti!

Devo limitare la mia libertà non solo a causa della quarantena, ma sono costretta a condividere il mio
unico spazio vitale con questi insetti a causa del loro maleodorante metodo di difesa.
In realtà poi penso che sono pure vegana, dovrei essere più tollerante, molto più tollerante!
Poi penso che da agosto ad oggi ne avrò accompagnate fuori di casa almeno trecento e allora le
giustificazioni a mio carico prendono una valenza molto più importante e … “Maledette cimici, morite!”
Elaborato questo pensiero, qualche giorno fa mi imbatto nella cimice quotidiana mentre stavo incollando
alcune cose con la colla a caldo.
In un lampo, penso che se la mummifico con la colla non puzzerà e appena freddata potrò staccarla dal
pavimento e buttarla via senza usare la carta o chissà quale altro marchingegno, ma prendere addirittura la
colla con le mani, per sbarazzarmi del nauseante intruso.
Non senza una punta di cinismo, dentro di me approviamo all’unanimità questa soluzione e ricopro la
cimice ferma sul pavimento con la colla calda e aspetto.
Dopo qualche minuto provo a toccare il mucchietto di colla dura con la punta del piede e … Tac!
La colla si stacca dal pavimento pronta per essere buttata via.
Fantastico!
Niente odore, niente angoscia, niente problemi, raccolgo la mummia di cimice e la butto via.
Un lieve odore dentro al cestino mi ricorda che quando la stacco dal pavimento, se non sono passati un
ragionevole numero di minuti, qualcosa si può espandere nell’aria, ma vabbè, penso che la prossima volta
aspetterò di più prima di staccarla da terra.
E’ fatta!
Durante quella giornata ne ho individuate altre 3 per terra o sulla tenda dello studio e le ho trattate alla
solita maniera: mummificazione sotto la colla e attesa.
Che vuoi di più!??
Posso abbassare il livello di frustrazione, eliminandole; posso eliminare il cattivo odore, posso evitare di
perdere tempo a mandarle “gentilmente” fuori.
Insomma, per chi come me, non è avvezzo a fare buon viso a cattivo gioco è la soluzione ideale!
Ho il coltello di nuovo dalla parte del manico!
Ho il controllo sulla materia!
Niente di che, nessuno va in ospedale: o morti (le cimici) o felicemente in salute (io).
…continua…

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