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5 bevande contro lo stess

Esistono tanti rimedi contro lo stress. Ci sono i farmaci, ma dovrebbero sempre essere considerati una sorta di “extrema ratio”, nei casi più seri, e comunque sempre dietro indicazione di uno specialista. Ci sono i rimedi naturali, erbe e piante medicinali in grado di alleviare i sintomi di ansia e tensione accumulata nel corso della giornata. Ci sono gli stili di vita, vale a dire orari più regolari, una dieta anti stress, niente stravizi. Pochi però sanno che, se siamo davvero stressati, in nostro aiuto possono correre anche alcune bevande. Quali? Vediamole. 1) Un bicchiere di latte - Il latte contiene una sostanza chiamata triptofano, che quando viene metabolizzata si trasforma nell’ormone del benessere e della tranquillità: la serotonina. E poi, il latte contiene calcio, magnesio e potassio, sostanze benefiche perché capaci di abbassare la pressione, quando schizza in alto per colpa dello stress. 2) Una cioccolata calda - Il cioccolato stimola il rilascio nel cervello della dopamina e di oppioidi che favoriscono la sensazione di piacere. E poi, una bevanda calda alza la temperatura del corpo, una situazione che associamo inconsciamente al comfort, e stimola quella parte del sistema nervoso che favorisce il rilassamento. 3) Tè nero - Bevuto al posto del caffè, quattro volte al giorno per sei settimane, il cortisolo, l’ormone dello stress. Lo ha dimostrato uno studio dell’University College of London (Gran Bretagna). 4) Una tazza di tè verde - Il tè verde è un concentrato di teanina, una sostanza che aumenta la produzione delle onde alfa da parte del cervello (inducono al relax) e fa abbassare l’emissione di onde beta (associate alla tensione emotiva). 5) Un bicchiere di acqua fredda - Subito dopo aver bevuto un po’ di acqua fresca, uscite a fare una passeggiata all’aperto: l’acqua stimola la circolazione, l’aria dà all’organismo una sferzata di energia e aumenta la produzione di endorfine. La soluzione ideale per mandare via lo stress.

LA VISTA: COME FUNZIONA E QUANDO CONTROLLARLA.


Aristotele sosteneva che la vista e' il senso più importante a disposizione dell'uomo perché gli permette di distinguere e definire gli oggetti e quindi di conoscere meglio il mondo. Quanto sappiamo sul suo funzionamento? E soprattutto... ce ne prendiamo cura come dovremmo?
Ne parliamo con il Dr. Andrea Bedei, responsabile dell’U. O. di Oculistica della Casa di Cura “ San Camillo “ di Forte dei Marmi.
Innanzi tutto... come funziona la vista?
Come per gli altri sensi, la vista è gestita dal sistema nervoso centrale. L' occhio funziona come una macchina fotografica : la luce proveniente dall'oggetto che stiamo osservando entra nei nostri occhi e attraversa una serie di strutture ( cornea, umor acqueo, cristallino e corpo vitreo) che possiamo considerare come le "lenti di un obiettivo" e va a " impressionare" la "pellicola", ossia la retina che eccitata dalla luce invia impulsi elettrici al cervello tramite un cavo biologico, il nervo ottico.
La nostra percezione visiva del mondo esterno è oggettiva?
In realtà la nostra visione non è passiva come potremmo pensare, ossia non si sostanzia in un semplice scatto fotografico che cattura l'oggetto e trasmette l' immagine al cervello, ma è la somma di una una serie di "scatti" che il cervello riceve, assembla e ridefinisce in un immagine finale ad alta risoluzione. In pratica, ciò che vediamo è un immagine della realtà rielaborata dalla nostra mente.
Come si sviluppa la vista?
La vista non è un dono pronto all'uso come comunemente si pensa, ma deve essere stimolata e seguita per permetterne uno sviluppo ottimale. Quando il bambino è nella pancia della mamma è già in grado di distinguere tra luce e ombra, infatti se si indirizza un fascio luminoso sul pancione, il piccolo sobbalza. A 3-5 mesi riesce a distinguere il viso della mamma, tra gli 8 e i 10 mesi è in grado di afferrare gli oggetti, ad 1 anno può distinguere le figure. Il processo si completa intorno ai 4-5 anni, quando si dovrebbero raggiungere i dieci decimi.
In che modo deve essere stimolato il processo di sviluppo visivo in un bambino?
Attraverso i libri di favole per esempio, mostrando e descrivendo le figure e nei bambini più grandi può essere molto utile l'uso dei video giochi.
Quando e con che frequenza si dovrebbero fare controlli oculistici?
Una prima visita oculistica viene fatta nei reparti di maternità nelle prime ore di vita del bambino per escludere la presenza di malattie congenite. Un secondo controllo, per verificare lo sviluppo visivo, va fatto entro i 4 anni di età, ma va anticipato se sono presenti alcuni disturbi.
Quali sono i sintomi legati a questi disturbi che dovrebbero indurre il genitore ad anticipare il controllo prima dei quattro anni di età?
Se ad esempio, il bambino strizza gli occhi o fa strani movimenti oculari, se tiene la testa inclinata sempre dalla stessa parte quando legge o disegna, se tende a piegare il mento verso il basso o verso l’alto, se lamenta mal di testa, se c’è un sospetto strabismo, se non c’è il caratteristico riflesso rosso nell’occhio quando gli si fa una foto.
Se non vi sono disturbi particolari come quelli appena descritti, a che età il bambino deve effettuare ulteriori controlli di routine?
Entro i 6 anni, età limite in cui è possibile il recupero di eventuali problemi, e nell' età dello sviluppo.Il problema principale che può presentarsi e che spesso non dà segni premonitori, è l' ambliopia, il cosiddetto occhio pigro, ossia la cattiva visione da un occhio che il bambino tende a compensare utilizzando solo l' altro. Se interveniamo presto, il problema può essere superato.
Per quanto riguarda l'adulto? Quali sono i periodi in cui sarebbe necessario fare un controllo? Il periodo che va dai 18 ai 40 anni che e' quello di maggior impegno visivo che può far emergere alcuni difetti. E' consigliato comunque un controllo ogni 2-3 anni per escludere alcune rare malattie tipiche di questa età come il cheratocono.
Quali sono i difetti visivi che possono emergere più frequentemente in questa ampia fascia di' età ?... Cos'è il cheratocono?
Piccoli difetti refrattivi, quale la miopia ( difficoltà di visione a lunga distanza), l' ipermetropia ( difficoltà di visione da vicino ) , l' astigmatismo ( visione sfocata o sdoppiata). Difetti questi che possono essere corretti con l' uso di occhiali, lenti a contatto o chirurgia laser. Il cheratocono e' una patologia che generalmente interessa entrambi gli occhi ( bilaterale), legata alla debolezza strutturale della cornea che tende ad assottigliarsi perdendo la sua naturale forma sferica e diventando conica. La visione diventa confusa sia da vicino che da lontano.
Dopo gli anta invece? Quando controllarsi e quali le patologie più frequenti?
Dopo i quaranta anni compare la difficoltà a mettere bene a fuoco le immagini vicine, la cosiddetta presbiopia. Altri disturbi che possono comparire con l’età sono la percezione di corpi mobili volanti o di flash luminosi, la comparsa di una secchezza oculare, di una visione velata o distorta, di dolori oculari, in tutti questi casi e in chi soffre di Diabete o Ipertensione è necessario un controllo dall’Oculista. I disturbi visivi tendono comunque ad aumentare con l’età e possono compromettere la qualità della vita riducendo la capacità di svolgere le normali attività quotidiane, favorendo il rischio di cadute, l’isolamento sociale e la depressione.
Quali sono le cause più frequenti di questi disturbi dovuti all' eta' che avanza?
Le cause più frequenti di tali disturbi sono la cataratta, cioè l’opacizzazione del cristallino, il glaucoma, consistente in un aumento della pressione oculare che danneggia il nervo ottico e la degenerazione maculare, una patologia multifattoriale che colpisce la parte centrale della retina. Queste condizioni possono essere diagnosticate facilmente durante una visita oculistica e trattate con migliori risultati quanto più precocemente riconosciute.
Susanna Benassi
Note biografiche Il dr. Andrea Bedei e' nato il 01\01\1961 a Viareggio (Lucca). Laureato in Medicina e Chirurgia presso l’Università degli Studi di Pisa nel 1986.Specializzato in Clinica Oculistica presso l’Università degli Studi di Pisa nel 1991. Dal 1997 al 1999 contratto libero professionale con l’ASL 12 Versilia, per lo svolgimento di attività chirurgica con particolare riguardo a quella refrattiva e del segmento anteriore. Dal 1999 al 2007 responsabile dell’U.O. di Oculistica della Casa di Cura convenzionata “ M.D. Barbantini” di Lucca Dal 2008 responsabile dell’U.O di Oculistica della Casa di Cura convenzionata “San Camillo” di Forte dei Marmi Durante questi anni ha effettuato più di 15.000 interventi chirurgici sul segmento anteriore (cornea, cristallino, glaucoma) e più di 4.000 interventi di chirurgia refrattiva. Nel 1988 vincitore del Premio “STUEMO – Società Tosco Umbro Emiliana Marchigiana di Oculistica”, come migliore pubblicazione dell’anno. Dal 1996 membro della Società Ofrtlmologica Italiana Dal 1999 membro dell’ American Academy of Ophthalmology. Dal 2000 membro dell’ American Society of Cataract and Refractive Surgery” Dal 2002 al 2009 responsabile scientifico della rivista di Oftalmologia “ Aggiornamenti di terapia Oftalmologica” Dal Luglio 2005 reviewer della rivista “Ophthalmology”. Dal 2010 membro del consiglio direttivo della OOPI- associazioni degli Oculisti della Ospedalità Privata Italiana Autore di numerose pubblicazioni su riviste scientifiche sia nazionali che internazionali, partecipe in qualità di relatore a vari Congressi e Corsi

"Super nonni" con memoria di ferro

I ricercatori di tutto il mondo si sono a lungo soffermati sullo studio di ciò che non va nel cervello delle persone anziane con demenza. Ma la scienziata della Northwestern University (Usa) Emily Rogalski si è invece chiesta che cosa va 'a gonfie vele' in quello dei 'super-nonni' che hanno ancora una mente lucida e fresca. I risultati dei suoi studi appaiono sul 'Journal of the International Neuropsychological Society': l'esperta ha scoperto che la materia grigia di questi ultraottantenni molto speciali ha l'aspetto e la funzionalità di quella di un individuo con 20 o persino 30 anni di meno. Rogalski ha identificato un gruppo di volontari con più di 80 anni e ricordi nitidi come una fotografia ad alta definizione e li ha sottoposti, insieme a un campione di controllo, a risonanza magnetica in 3 D. I dati raccolti sono risultati sbalorditivi: nei cosiddetti 'SuperAgers', così in inglese vengono chiamate le 'pantere grigie' con una memoria di ferro, la corteccia cerebrale, ossia lo strato esterno del cervello che regola la capacità di pensiero, di memoria, l'attenzione e altro, appare molto più spessa di quella dei normali 80enni e molto simile a quella dei partecipanti di 50-65 anni, il gruppo di mezza età coinvolto nello studio. "Questi risultati sono notevoli in considerazione del fatto che la perdita delle cellule del cervello è comune nel normale processo di invecchiamento", commenta Rogalski, che spera di svelare i segreti di questi cervelli così giovanili e di sfruttarli per proteggere altri dalla perdita di memoria o dalla malattia di Alzheimer. "Studiando un cervello molto anziano in buona salute - sottolinea - possiamo cominciare a dedurre come i 'SuperAgers' sono in grado di mantenere la loro memoria. Molti scienziati studiano cosa c'è di sbagliato in un cervello che deperisce, ma forse si possono aiutare i malati di Alzheimer anche capendo ciò che accade in un cervello che funziona alla grande". ( AdnKronos)

Autoabbronzanti: attenti all'abuso

Massima attenzione agli abbronzanti artificiali o autoabbronzanti. In particolare un occhio di riguardo deve averlo il gentilsesso.. La colpa è delle sostanze contenute in questi prodotti cosmetici (formaldeide e nitrosammine per fare un esempio) già noti per i rischi sulla salute benché utilizzati secondo legge nelle minime quantità. L’allarme arriva da uno studio realizzato dall’ European Environment Agency (Agenzia Europea dell’ambiente) che vuole porre l’accento sull’uso errato e l‘abuso di tali cosmetici.

La Malattia di Parkinson in parole semplici

La Malattia di Parkinson deve il suo nome al medico inglese James Parkinson che la descrisse per la prima volta nel 1817, ma l’alterazione biochimica che ne causa i sintomi è stata individuata solo negli anni ’60.E’ una delle malattie neurologiche più diffuse. Nel mondo sono circa quattro milioni le persone colpite e secondo alcune statistiche, si presume che entro il 2030 il numero dei soggetti affetti sarà raddoppiato. Per sviluppare terapie sempre più efficaci, la ricerca è impegnata nell’individuazione delle cause scatenanti al momento ancora sconosciute.

Il Dr. Claudio Lucetti, neurologo e dirigente medico presso L’U.O. di Neurologia dell’ospedale Versilia ce ne parla in termini… comprensibili.

- Cos’è la Malattia di Parkinson?
Si tratta di una malattia neurodegenerativa lenta e progressiva che interessa prevalentemente il sistema motorio con particolare compromissione dei movimenti automatici (quei movimenti originariamente volontari che per effetto di continue ripetizioni, perdono il controllo dell’attenzione e si automatizzano).
-Come agisce sul cervello?

Sappiamo che il nostro cervello è come una centralina che trasmette impulsi al resto del corpo permettendoci di muoverci, di formulare pensieri e via dicendo. Per sintetizzare, vi sono aree specifiche al suo interno, ognuna deputata all’assolvimento di specifiche funzioni. La malattia di Parkinson è dovuta alla degenerazione di particolari cellule nervose situate in una zona profonda del cervello chiamata sostanza nera.

-Cosa accade a queste cellule quando vengono colpite dalla malattia?
Queste cellule per trasmettere gli impulsi nervosi auto-producono e utilizzano una sostanza chimica (neurotrasmettitore) che serve a trasmettere il segnale ad altre zone del cervello deputate al movimento. Questa sostanza, detta dopamina, diventa sempre più scarsa nel momento in cui le cellule nervose si ammalano e iniziano a morire rendendo le connessioni che trasmettono gli impulsi nervosi sempre più deboli o assenti. Ciò provoca i disturbi del movimento tipici di questa patologia.

-Quali sono i sintomi, nel dettaglio ?
I principali sintomi, la cui presenza ci permette di porre la diagnosi, sono la rigidità muscolare del tronco e degli arti, il tremore e la lentezza dei movimenti (bradicinesia). Oltre ai sintomi motori descritti, ne sono presenti altri definiti “ non motori “ che possono manifestarsi in concomitanza con l’insorgenza della malattia o in un momento successivo. Questi sono: la depressione e l’ansia, i disturbi del sonno, la perdita dell’olfatto e i disturbi cognitivi (alterazione delle funzioni quali l’attenzione, la memoria, la capacita' di progettazione e di orientamento, il linguaggio). Con la progressione di malattia e a seguito della terapia cronica con levodopa il quadro si complica per la comparsa di "fluttuazioni motorie" (riduzione del tempo di efficacia della singola dose di levodopa), movimenti involontari (discinesie) e blocchi motori talora imprevedibili (periodi "off").

- La diagnosi e' prettamente clinica, ossia basata esclusivamente sull' osservazione dei sintomi, o utilizzate anche qualche tipo d' indagine strumentale?
Questa rappresenta un'altra sfida per la ricerca, poichè ad oggi l'assenza di un marcatore di malattia rende la diagnosi di MP basata esclusivamente su criteri clinici ovvero sulla presenza dei classici sintomi motori (tremore, rigidità e bradicinesia). E' auspicabile che la scoperta di marcatori di malattia permetta in futuro una diagnosi precoce. Attualmente, quindi, la diagnosi è possibile solo in presenza dei sintomi motori che compaiono quando la maggior parte delle cellule sono morte ("quando cioe' i buoi sono già scappati").

-Qual’è la fascia d’età più colpita?
L’età media d’insorgenza della M.P è intorno ai 65 anni, ma può manifestarsi , seppur raramente, anche più precocemente prima dei 40.

-Quali sono le cause scatenanti della M.P. che vengono ipotizzate?
Esistono numerose teorie sulle cause, ma nessuna è mai stata provata.Una delle ipotesi più accreditate è quella tossica, secondo la quale uno o più tossici ambientali possono essere responsabili dell’insorgenza della M.P.
-Come si e' giunti all'ipotesi che il fattore "tossico" potesse essere motivo scatenante della malattia?
Un’importante prova a favore di tale ipotesi è stata l’identificazione della sostanza tossica MPTP (1-metil-4-fenil-1,2,3,6-tetraidropiriridina) quale causa di una patologia irreversibile simile al Parkinson; alla fine degli anni Settanta alcuni soggetti tossicodipendenti che si erano iniettati tale sostanza iniziarono a presentare sintomi come quelli della M.P. Attraverso ricerche di laboratorio successive si scopri che l’MPTP danneggia la sostanza nera e che la sua formula è simile a quella di molti erbicidi. Sulla scia di queste acquisizioni sono stati condotti studi sulla popolazione che sembrano indicare come l’esposizione a sostanze quali erbicidi o insetticidi, oppure l’avere svolto attività agricole o aver bevuto acqua di pozzo (un possibile collettore di pesticidi) e aver vissuto in zone rurali, possa aumentare il rischio di sviluppare la M.P.

-Quali sono le altre ipotesi possibili?
Esiste poi anche un’ipotesi virale che sarebbe supportata dalla presenza di una sindrome parkinsoniana secondaria a encefalite. Sintomi parkinsoniani infatti, erano presenti in molti pazienti precedentemente colpiti da encefalite letargica nel corso dell’epidemia degli anni che vanno dal 1915 al 1926. E’ pertanto ipotizzabile che se un agente infettivo provocava una malattia con sintomatologia parkinsoniana, allora probabilmente un’infezione era responsabile anche della M.P.
-La ricerca ha fatto passi avanti nell' individuazione dei fattori di rischio dello sviluppo della malattia?
Una scoperta fondamentale degli ultimi anni è stata l’identificazione di forme di M.P. causate da mutazioni genetiche e trasmesse in maniera ereditaria dai genitori ai figli così come si trasmettono i geni per il colore dei capelli, degli occhi etc.. Le forme genetiche sono probabilmente in gioco solo in una minima parte dei casi.

-Non siete quindi, ancora in grado di stabilire con certezza quali siano le cause che promuovono l' insorgenza della malattia?
Nella maggior parte dei casi le cause della M.P. restano sconosciute e probabilmente ci troviamo di fronte a complesse interazioni di fattori di tipo ambientale e di tipo genetico.
-Quali cure si prescrivono ?
Per il trattamento della malattia di Parkinson possono trovare impiego la levodopa che e' certamente il farmaco piu' efficace e i farmaci cosiddetti dopaminoagonisti (rotigotina, pramipexolo,ropinirolo). Il contributo di questi ultimi al miglioramento della terapia della MP, e' stato sostanziale anche se va posta una certa attenzione ai possibili effetti collaterali a lungo termine, quali la sonnolenza/colpi di sonno e i disturbi compulsivi come ad esempio il gioco patologico e l' iperattività sessuale. Altri farmaci trovano impiego nella terapia e sono utilizzati per contrastare le fluttuazioni motorie ( entacapone e tolcapone), i movimenti involontari ( amantadina), e per prolungare gli effetti della levodopa (rasagilina e selegilina).

I farmaci fin qui descritti hanno lo scopo di minimizzare i sintomi, sopperendo ai deficit causati dalla malattia, ma esistono farmaci in grado di rallentarla?
Allo stato dell'arte, non esistono prove certe di farmaci in grado di rallentare la progressione della malattia. Attualmente sono disponibili i dati dello studio ADAGIO nel quale veniva impiegata la rasagilina in pazienti con MP all'esordio. I risultati di tale studio suggeriscono che il farmaco "rasagilina" potrebbe cambiare il decorso della malattia; l'effetto è risultato modesto, ma sembra un primo passo significativo. Attualmente sono in corso altri studi con altre molecole che potrebbero avere effetto di tipo neuroprotettivo (il coenzima Q10, la creatina, la nicotina, alcuni farmaci antiipertensivi e antiinfiammatori).

-Quali sono le speranze che derivano dalla ricerca?
La ricerca è molto attiva e la lista dei nuovi farmaci è ricca. Promesse vengono anche dalle terapie genetiche e dalle cellule staminali sebbene lo sviluppo di tali approcci e la verifica dei risultati in questi ultimi casi sia più complessa e richieda maggior tempo. E' necessario infatti essere certi, soprattutto nel caso delle cellule staminali, che queste una volta introdotte nel cervello lavorino bene; ad oggi questa certezza deve ancora essere provata scientificamente.
-Riguardo ai farmaci in fase di sperimentazione quali novità possono apportare?
Lo sviluppo di nuovi farmaci prevede sia un miglioramento di quelli già esistenti con nuove formulazioni della levodopa, sia la ricerca di nuove molecole che agiscono sulla via dopaminergica o su altre vie.Nuovi farmaci sintomatici, che hanno azione sui sintomi, e altri neuroprotettori che potrebbero avere effetto sulla progressione di malattia.

- Da un punto di vista dietologico, vi sono cibi o bevande in grado di prevenirlo o di implementare gli effetti dei farmaci?
I benefici apportati da una sana alimentazione non sono mai abbastanza. Studi hanno dimostrato che la dieta mediterranea riduce il rischio di sviluppare la MP e questo perchè è ricca di sostanze antiossidanti contenute soprattutto nella frutta e nella verdura. Negli ultimi anni si è posto l'accento in particolare sui flavonoidi che sono pigmenti contenuti nelle piante; particolarmente ricchi di tale sostanze sono i frutti di bosco e in genere la frutta colorata, senza dimenticare tuttavia gli altri antiossidanti contenuti negli olii, nella frutta secca e nelle verdure come i cavoli e gli spinaci. Per quanto riguarda le bevande particolarmente ricco di antiossidanti è il thè verde. Una menzione particolare per il caffè: l'assunzione di 2-3 tazzine di caffè al giorno sembra ridurre di circa il 20% il rischio di ammalarsi di Parkinson.

Susanna Benassi

Note biografiche
Il Dr. Claudio Lucetti e' nato il 19.07.1965 a Carrara (MS), si è laureato in Medicina e Chirurgia presso Università di Pisa nel 1993 e nel 1998 ha acquisito la specializzazione in Neurologia presso la medesima Università. Nel periodo successivo alla specializzazione ha lavorato presso la Clinica Neurologica di Pisa come assegnista di ricerca fino al 2002. Nel 2007 ha conseguito il dottorato di ricerca in “Esplorazione molecolare, metabolica e funzionale del sistema nervoso e degli organi di senso”. Dal 2004 lavora come dirigente medico presso l’U.O. di Neurologia dell’ospedale “Versilia”.
E’ autore o co-autore di 50 pubblicazioni scientifiche indexate su medline. Nel corso degli anni ha partecipato come “investigator” a vari protocolli con farmaci sperimentali per il trattamento della Malattia di Parkinson e delle demenze.
Per quanto concerne gli aspetti scientifici, nell’ultimo periodo, l'interesse si è rivolto soprattutto allo studio dei pazienti con Malattia di Parkinson con le innovative tecniche di neuroimmagine fornite dalla voxel-based morphometry e dalla risonanza magnetica funzionale. Questo è stato reso possibile grazie alla collaborazione con l’U.O. di radiologia dell’ospedale “Versilia” e con l’Università di Firenze e parte dei risultati emersi sono stati oggetto di relazioni a congressi sia italiani che internazionali

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