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QUANDO IL GIOCO... NON DIVERTE PIU'

IL GIOCO PATOLOGICO: UN FENOMENO SOCIALE IN PREOCCUPANTE ESPANSIONE, ANCHE IN VERSILIA
La vita umana è caratterizzata da una serie di bisogni che hanno la necessità di essere soddisfatti. Bisogni primari, come il nutrirsi, il riprodursi, il riposarsi, espressione di un istinto di conservazione che garantisce la continuazione della specie. Altri bisogni invece che potremmo definire "secondari", ma non per questo meno importanti nell'esistenza di un individuo e riguardano tutte quelle attività che rappresentano un vero e proprio "cibo" per la nostra mente e il nostro "spirito”. Tra questi rientra il "gioco", antico quanto l'uomo, attraverso il quale l'individuo crea relazioni, si rilassa, diventa protagonista, trova gratificazioni e dimentica i problemi del quotidiano. Nella sua dimensione "naturale" il gioco è quindi benefico per l'essere umano, ma può accadere che da attività prettamente ludica degeneri in patologia e assuma le dimensioni di un vero e proprio problema sociale. In Italia è stata stimata una percentuale di giocatori patologici pari al 3% della popolazione generale (Fonte: Spazzan 2001). Cerchiamo di capire cos’è e come si manifesta questa dipendenza attraverso le parole del Dr. Luca Maggi Psichiatra, Psicoterapeuta.
Cos'è il gioco patologico?
Rientra tra le dipendenze comportamentali e può essere descritto come l'incapacità di resistere all'impulso di giocare, nonostante questo arrechi un danno a livello relazionale, familiare e sociale.
Cos'è una dipendenza comportamentale?
È un'alterazione del naturale equilibrio che sta alla base dei meccanismi di gratificazione. Si riscontrano le stesse caratteristiche della dipendenza da sostanze ma l’oggetto della dipendenza è rappresentato da comportamenti o attività socialmente accettate (es. gioco d’azzardo, sesso, acquisti, computer, internet, televisione, ecc).
Come funziona in ognuno di noi, il meccanismo naturale della gratificazione?
Nel nostro cervello c'è un'area (nucleo accumbens) che si attiva in risposta a tutta una serie di stimolazioni fisiologiche (es. fare l’amore, superare un esame, gustare un buon cibo, ecc) ed è potentemente attivata dalle sostanze di abuso. Questo meccanismo naturale segue un percorso ben preciso che da vita a una reazione a catena, per cui attraverso un determinato stimolo (es. vedere in pasticceria un dolce che ci piace) a cui segue un certo comportamento (es. mangiare il dolce) il nostro cervello rilascia dopamina nel nucleo accumbens.
Qualche esempio per spiegare meglio il meccanismo?
Tutte le gratificazioni umane sono mediate dal rilascio di dopamina nel "sentiero dopaminergico mesolimbico", detto anche “sentiero della ricompensa” perché rappresenta la via finale comune di qualsiasi gratificazione. Questa via può essere stimolata da una vincita, dal bere un bicchiere di vino, dal fare l'amore e via dicendo. Ciascuna di queste situazioni produce un certo rilascio di dopamina (misurata in "quanti") il quale provoca piacere. Maggiore è il rilascio di dopamina, più intenso è il piacere. In realtà, anche altri neurotrasmettitori e neuromodulatori partecipano, in misura minore, ai meccanismi del piacere: le endorfine, l’anandamide ("marijuana cerebrale") e l’acetilcolina ("nicotina cerebrale”).
Cosa accade quando questo meccanismo si altera?
Quando nell'individuo scatta una ricerca sempre maggiore del piacere, più o meno rapidamente s’instaura un fenomeno di assuefazione che, nel caso delle sostanze di abuso, viene definito “tolleranza”. La tolleranza fa si che ad una determinata stimolazione (dose nel caso delle sostanze) non corrisponde più il medesimo livello di gratificazione e per raggiungerlo, o meglio, per inseguirlo, si è costretti a ripetere in maniera esponenziale quel comportamento fino ad arrivare al punto di non ritorno in cui l' atto riprodotto seppure freneticamente, produce una gratificazione sempre più effimera.
Come si differenzia il gioco inteso come "attività normale", da quello patologico?
Come già accennato, la “dimensione sociale” del gioco è parte integrante della natura umana, contribuisce alla socializzazione e rappresenta un momento di evasione e svago dai problemi del vivere quotidiano. Il gioco assume una connotazione patologica quando l’individuo non riesce a controllare il proprio comportamento e continua a giocare nonostante le conseguenze negative a livello economico che si ripercuotono inevitabilmente sul funzionamento familiare, sociale e lavorativo. Solitamente si distingue una "dimensione problematica" del gioco, ovvero, quella in cui l’individuo inizia a sviluppare una dipendenza, ed una "dimensione patologica" che identifica una vera e propria patologia conclamata o dipendenza.
Cosa avviene nel caso di gioco patologico?
Nel gioco d' azzardo si viene a creare una dipendenza del giocatore dalla stimolazione del sistema della gratificazione da eventuali vincite ma anche dall’essere concentrato sul gioco nell'aspettativa della vincita (arousal). In caso di vincita, la gratificazione provata, induce il giocatore a pensare di essere "il migliore", di avere la fortuna dalla sua ed è quindi spinto a ripetere l'atto con sempre maggior frequenza. In genere, è a seguito di una grossa vincita che inizia la cosiddetta "carriera del giocatore", ossia il gioco sta diventando "patologico".
Quali sono le fasi che conducono alla patologia?
La carriera del giocatore è generalmente divisa in tre fasi (Custer, 1984): LA FASE VINCENTE, o iniziale che dura circa 3-5 anni, durante la quale il giocatore sperimenta gli aspetti ludici del gioco e minimizza i rischi potenziali che esso comporta. LA FASE PERDENTE che ha una durata media di 5 anni, nella quale le perdite diventano sempre più copiose e la tendenza è quella di attribuire alla sfortuna la colpa del cattivo andamento del gioco. In questa fase il giocatore tende ad aumentare sistematicamente la posta nel tentativo di recuperare quanto ha perduto (“inseguimento della perdita"). In sostanza, più perde, più alte sono le cifre che scommette. Al termine di questa fase, arriva inevitabilmente la richiesta di denaro ad amici, familiari e conoscenti e il giocatore sperimenta la totale perdita di controllo della situazione. LA FASE DELLA DISPERAZIONE talvolta è complicata da attuazione di attività illecite e/o da una sintomatologia depressiva con propositi suicidari o di fuga.
Perché non tutti coloro che praticano il gioco d’azzardo sviluppano una dipendenza? Esiste una predisposizione?
Dietro ad una qualsiasi dipendenza c'è sempre una predisposizione sia biologica che psicologica, ed è facile trovare soggetti che passano da una dipendenza all' altra. È importante fare prevenzione attraverso campagne di sensibilizzazione al problema, anche e soprattutto nei luoghi dediti al gioco.
Quali sono le categorie più esposte a sviluppare questa patologia? Vi sono differenze di genere?
La possibilità di diventare un giocatore patologico (patological gambler) è due volte maggiore negli uomini rispetto alle donne ed è inversamente proporzionale al livello di istruzione. Per quanto riguarda le motivazioni, gli uomini sono stimolati dall'eccitazione del gioco (“giocatori d'azione”). Per contro, le donne giocano più frequentemente per fuggire da situazioni spiacevoli (“giocatori per fuga”). La malattia progredisce più rapidamente nelle donne che iniziano a giocare in età più avanzata, ma chiedono aiuto più facilmente rispetto agli uomini (Fonte: Lavanco e Varveri, 2005).
Perché questo fenomeno si è andato incrementando negli ultimi anni ?
Perché le modalità del gioco d'azzardo si sono amplificate in maniera esponenziale. Infatti, internet, la globalizzazione e la diffusione negli esercizi commerciali di “Gratta e vinci”, “Win for life”, gaming machines hanno portato ad una modalità di gioco solitaria, spesso sganciata dai naturali luoghi di ritrovo (bar, sale da gioco, ecc) ed aperta ad un pubblico sempre maggiore (es. casalinghe, adolescenti, anziani). La possibilità di accedere ad un tavolo da gioco virtuale a qualsiasi ora del giorno e della notte ha certamente favorito la diffusione del problema. Inoltre, poiché si tratta di partite veloci (es. videopoker, Gratta e vinci, Bingo, gaming machines) s’instaura più facilmente la perdita di controllo e la dipendenza. Altri giochi come il lotto, la lotteria, il totocalcio, da questo punto di vista sono più protettivi perché il risultato è differito nel tempo.
Come si cura questa patologia?
Si cura con un programma di psicoterapia individuale, ma soprattutto di gruppo, a cui può essere abbinato un trattamento farmacologico. Le cure che per esperienza personale, si sono dimostrate più efficaci sono quelle applicate nel "setting di gruppo" in cui è consentita la presenza dei familiari. Questo percorso permette di porre in essere un'opera di "educazione" al fine di inquadrare il paziente come "malato", quindi bisognoso di cure, di alleviare i sensi di colpa che lo affliggono e di gestire la conflittualità a livello familiare che questa patologia produce.
Ha altri suggerimenti da dare in termini di cure ?
Centri per la terapia di gruppo sono in via di costituzione nelle varie realtà territoriali a seguito del dilagare del problema e ritengo utile in questi casi l'apporto fornito da associazioni di auto-mutuo-aiuto sul modello anglosassone, dove persone accomunate dallo stesso problema si riuniscono per sostenersi emotivamente ed aiutarsi a vicenda. In alcune esperienze di questo genere, sono stati presi contatti con istituti bancari per poter offrire soluzioni economicamente sostenibili al fine di saldare i debiti prodotti dai giocatori patologici.
Note biografiche
Il Dr. Luca Maggi è nato il 22/04/67 a Viareggio (LU), si è laureato in Medicina e Chirurgia presso Università di Pisa nel 1993, nel 1999 ha acquisito la Specializzazione in Psichiatria e nel 2005 il Dottorato di Ricerca in Neuropsicofarmacologia clinica presso la medesima Università. Ha svolto diversi contratti libero-professionali presso la Clinica Psichiatrica di Pisa come: a) Direttore Medico di una studio multicentrico internazionale finanziato dal NIH, dal 2003 al 2008, b) consulente psichiatra interdipartimentale, dal 2002 al 2009, c) supporto all'attività intramuraria in regime di ricovero del prof. G.B. Cassano, dal 2003 al 2005. In ambito accademico è stato coordinatore e tutor del master universitario di II livello in "Psicoterapia integrata ad orientamento interpersonale" dal 2007 al 2011. E’ co-autore di diverse pubblicazioni scientifiche su riviste nazionali e internazionali. Attualmente ricopre l'incarico di Direttore Sanitario presso la struttura terapeutico-riabilitativa per disturbi dell'alimentazione "Villamare" a Lido di Camaiore (LU).
Susanna Benassi

Lo sapevi che puoi dimagrire mangiando per combattere il diabete?

Lo sapevi che puoi dimagrire mangiando per combattere il diabete? Sì, seguire un’alimentazione sana ed equilibrata è utile non solo per monitorare il proprio peso, ma anche per tenere sotto controllo il diabete e proteggersi dalle complicazioni a lungo termine causate da quella che è una delle malattie metaboliche più diffuse. Il libro "Perdere peso con il diabete" di Antony Worrall Thompson - Azmina Govindji edito in Italia da Kenness Publishing presenta una serie di menu, per chi soffre di diabete, che non escludono alcuna categoria. Una guida semplice per iniziare un nuovo e più sano regime di vita, adatto a tutta la famiglia e ben lontano dalle cosiddette diete “dell’ultimo minuto”. Gli autori offrono consigli pratici su come lavorare sulla propria alimentazione per raggiungere e mantenere il peso forma, proponendo una serie di squisite ricette per ogni giorno della settimana, per mangiare sano senza rinunciare al gusto. Dal risotto d’orzo ai funghi selvatici alla paillard di cervo, dal salame di prugne e nocciole al sorbetto di papaia, il menu di ogni giornata è studiato per garantire un apporto equilibrato dei fondamentali nutrienti mantenendo grassi, sodio e zuccheri entro la giusta quantità, senza bisogno di eseguire complicati calcoli. Antony Worrall Thompson è uno dei più amati chef del Regno Unito, presentatore della trasmissione televisiva Saturday Cooks e autore di diversi bestseller. Azmina Govindji è medico dietologo e consulente nutrizionale nonché giornalista televisiva e radiofonica. Scrive regolarmente per vari periodici e fornisce consulenze a organizzazioni nazionali e all’industria alimentare. Ha al suo attivo ben 12 libri.

Caffeina per una buona...muscolatura

La caffeina, stando ai risultati di uno studio dell'Università di Coventry, nel Regno Unito, avrebbe come effetto di potenziare la muscolatura, proprietà che potrebbe rivelarsi fondamentale in particolare per gli anziani che soffrono di debolezza muscolare. La scoperta è stata presentata nel corso del convegno annuale della Society for Experimental Biology che si è tenuto a Salisburgo, in Austria. L'effetto pro-muscolatura della caffeina si evidenzia in particolare in età adulta, quando i muscoli sono al massimo della loro efficienza. Il declino fisiologico dovuto all'avanzare dell'età, tuttavia, indebolisce sempre più i nostri muscoli, portando anche a conseguenze pericolose come cadute accidentali e difficoltà di movimento.

FISIOTERAPIA: TECNICHE,BENEFICI E CURIOSITA'

Il termine " fisioterapia" deriva da "fisio"(fisico) e " terapia" (cura) ed ha origini molto lontane nel tempo, tanto che alcune fonti storiche fanno risalire la sua pratica a Ippocrate e Galeno ( 500 a.C.). La fisioterapia si occupa della prevenzione, cura e riabilitazione di pazienti con patologie o disfunzioni al sistema neuromuscoloscheletrico. E' praticata dal dottore in fisioterapia attraverso diversi interventi terapeutici.
Per comprendere meglio in cosa consistano le tecniche fisioterapiche, soprattutto in materia di riabilitazione, ne parliamo con il Dott. Alessio Cuturri Fisioterapista e Osteopata.
In cosa consistono le tecniche fisioterapiche ?
Innanzi tutto diciamo che la fisioterapia puo' essere distinta in tre tipi... La Terapia fisica strumentale che si avvale dell' ausilio di strumenti quali il laser, le correnti elettriche, ultrasuoni etc... I quali hanno lo scopo di ridurre o controllare il dolore e di accelerare la guarigione di un tessuto leso. La Terapia manuale che consiste nella manipolazione dei tessuti periferici e utilizza il linfodrenaggio, la massoterapia, l' osteopatia ed altri tipi di tecniche manipolative. Infine, la fisioterapia riabilitativa vera e propria, che si traduce per il paziente, in un percorso per il recupero di funzioni lese da un processo patologico in ambito ortopedico, neurologico, cardio-respiratorio etc.
Sappiamo che la fisioterapia assume un ruolo fondamentale nel campo della riabilitazione dopo interventi chirurgici o in caso di malattie neurologiche...in che modo il fisiotepista si approccia al paziente ?
In primo luogo, per il fisioterapista non e' tanto importante la diagnosi clinica in se, quanto individuare quello che si chiama lo " specifico patologico" , ossia tutto ciò che il paziente porta dentro s'è , al fine di individuare il piano terapeutico e le modalità di trattamento più idonee per lui.
In cosa consiste esattamente " lo specifico patologico" ?
E' l'insieme delle caratteristiche specifiche del soggetto. Oltre al disturbo principe e' necessario prendere in considerazione tutte le sue patologie , la sua sfera emotiva e capire come si relaziona con la sua malattia e il suo grado di consapevolezza. Questo ci permette di trovare il giusto approccio con il paziente in modo tale che si riesca ad ottenere il massimo risultato nella pratica riabilitativa.
Quali sono gli ostacoli che il paziente deve superare e quali i metodi che adotta il terapista per trarre il massimo risultato?
Un paziente con una malattia neurologica progressiva sarà in grado di rispondere agli eventi della malattia in base anche al suo passato, al grado di confidenza che lui stesso aveva con il proprio corpo. Inoltre gli effetti della patologia saranno più o meno gestibili anche in base alla presenza di altri disturbi. Il paziente è un universo di conoscenza che il terapista deve cercare di esplorare il più possibile.
Può farci alcuni esempi?
Se per esempio, il vederti gli provoca ansia perché lo pone di fronte alla realtà della sua condizione, devi trovare il modo di farlo sentire a proprio agio in modo che si concentri sull'esercizio. Ad una ragazzina che ha avuto un intervento al femore, per esempio, per indurla ad essere collaborativa, devi prima aiutarla a prendere consapevolezza del proprio corpo e delle proprie sensazioni, distogliendola dell'unica informazione sulla quale lei porta attenzione -il dolore e l'incapacità funzionale- che il suo stato le provoca.
Quindi sta dicendo che prima dell'esercizio fisico e' necessario indurre nel paziente una predisposizione mentale ad eseguirlo?
Infatti, la fisioterapia più che l' utilizzo di mezzi fisici, ha come fine primario insegnare al paziente a prendere consapevolezza del proprio corpo. La Riabilitazione è prima di tutto un processo di apprendimento in condizioni di patologia.
Come potremmo definire allora il percorso riabilitativo?
La riabilitazione non consiste nella semplice esecuzione di una serie di esercizi, ma e' un'esperienza conoscitiva del paziente nei confronti del proprio corpo che avviene tramite l' esercizio fatto con il fisioterapista.
Per rendere meglio l' idea...in cosa consiste un esercizio terapeutico riabilitativo?
Non c' e' un modello, il fisioterapista risponde con gli strumenti che ha a sua disposizione, determinati dal suo bagaglio tecnico e culturale e dalle caratteristiche del paziente. In generale, possiamo dire che l' esercizio terapeutico consiste nel dare al paziente un compito che deve avere certi contenuti, modalità ed obiettivi.L'esercizio è costruito con lo scopo di stimolarlo affinché utilizzi tutte le sue potenzialità residue. In questo modo, ogni volta fa un passo avanti, progredisce gradualmente. Questo vale per ogni tipo di paziente in ogni ambito riabilitativo.
E' importante dare una giusta informazione a chi si trova nella condizione di deficit neurologici e quindi fisici e necessiti di un supporto in primis psicologico nell' affrontare la fase riabilitativa... Sappiamo che pur avendo tempi lunghi, la fisioterapia riesce nella gran parte dei casi a restituire le funzioni perdute... Attraverso quale meccanismo?
Non dobbiamo partire da una settorializzazione della riabilitazione. Il concetto che stà alla base del piano terapeutico è sempre lo stesso, che ogni volta verrà personalizzato su ogni caso specifico. Il corpo umano reagisce ad una aggressione mettendo in atto dei processi difensivi volti alla tutela della vita. Questi processi sono in una prima fase utili, ma poi diventano un elemento di freno per il recupero funzionale.
In che modo questi processi " difensivi" di reazione di fronte a un verir meno di una determita funzione, possono essere di freno rispetto ad un recupero futuro?
In parole semplici diciamo che quando un trauma o una patologia compromette una funzione specifica una gran parte del sistema va in tilt in un atto di autodifesa che ha come obiettivo quello di spegnere i motori per limitare i danni. Diciamo che il blocco funzionale iniziale nella maggior parte dei casi e' grandemente superiore rispetto al vero danno accorso. Ciò può comportare lunghi tempi per rimettere in moto il meccanismo. Inoltre, quando il motore riparte, l' energie prodotte cercano di ripercorrere le stesse vie che erano abituate ad utilizzare prima dell'evento traumatico, non tenendo in considerazione l' inceppamento che questo ha determinato. Quindi, se da un lato e' positivo il fatto che il sistema si rimetta in movimento, dall' altro può essere limitativo rispetto alla necessita' riconoscere che la via da sempre utilizzata e' impraticabile e bisogna quindi deviare la funzione su un altro e nuovo percorso.
In pratica una funzione perduta può essere ripristinata in tutto o in parte educando cervello a seguire vie diverse da quelle a lui conosciute fino al momento del trauma?
Il nostro cervello e' plastico e tramite le giuste condotte terapeutiche, possiamo “plasmarlo e rieducarlo”. Questo e' possibile attraverso il processo riabilitativo ( apprendimento ) in cui il paziente può imparare quasi ex nuovo a riprodurre una determinata funzione.
Sintetizzando, quali step segue il fisioterapista in un programma riabilitativo di questo genere?
Man mano che il processo di guarigione avanza il terapista guida il recupero con l'esercizio, che sarà determinato in base allo specifico patologico del paziente. Il fine è di ripristinare la funzione lesa attraverso la riattivazione di quelle “sospese”.Nei casi in cui si parli di un deficit neurologico, lo scopo è anche quello di far si che aree non lese siano almeno in parte di supporto allo svolgimento delle funzioni che erano deputate alle aree danneggiate e non più recuperabili. Attraverso tutti questi processi le possibilità di un sostanziale recupero sono alla portata dei più. Molte volte l'effetto iniziale di una patologia o di un trauma è devastante ma grazie all'intervento medico in primis e terapeutico a seguire i risultati ottenibili sono strabilianti.
Parliamo dei risultati che si possono ottenere, per far comprendere quanto sia importante dopo un intervento chirurgico o all'insorgere di una malattia neurologica iniziare quanto prima un percorso fisioterapico...
I risultati in riabilitazione sono molto legati al tipo di deficit che viene affrontato. Da un paziente con problemi di tipo ortopedico "puro", mi aspetto una ripresa completa della funzione lesa, magari con qualche adattamento ma senza una disabilità residua a meno che non si tratti di casi particolarmente gravi. Un caso a parte sono i pazienti di tipo cardiologico o respiratorio per i quali le potenzialità di ripresa sono molte legate al tipo di patologia sottostante.
Nei pazienti con problemi neurologici invece?
Nel caso dei disordini d'origine neurologica le potenzialità di recupero sono strettamente legate al tipo di danno o di patologia ed al tipo d'intervento riabilitativo messo in atto. Una regola generale soprattutto nel neurologico è che prima si inizia l'intervento riabilitativo e meglio è, in quanto il paziente viene seguito fino dalle primissime fasi del recupero senza attendere che si instaurino deficit secondari o compensi. Per pazienti affetti da malattie neurologiche degenerative, la riabilitazione è come un investimento: prima inizi e più il tuo capitale funzionale è ricco e quindi hai più risorse da investire e i frutti saranno maggiori. Inoltre è più facile prevenire un compenso o un adattamento che rieducare il paziente a tornare ad una qualità funzionale preesistente.
Abbiamo detto, parlando dello "specifico patologico" che sono diversi gli elementi che possono fare la differenza nel riuscire a far recuperare le funzioni perdute... Il fisioterapista quindi, non lavora da solo, ma di concerto con altri professionisti? Come ?
Raramente il Fisioterapista si trova a lavorare da solo, in genere è sempre una squadra che lavora in sinergia nella quale diverse forme di specializzazione medica, fisioterapica e infermieristica si confrontano al fine di trovare la risposta più idonea per il paziente. Lo scopo non è quello di trovare un risultato soddisfacente, lo scopo è sempre quello di cercare il risultato top per il paziente e questo è possibile solo tramite un lavoro di squadra e multidisciplinare.
Chi l'ha vista a lavoro si rende conto che non basta la professionalità, ma entrano in gioco caratteristiche peculiari che non tutti possiedono come la pazienza, l' empatia e una grande dose di umanità... Perché ha scelto questa professione?
Mi sono avvicinato alla riabilitazione per passione nata negli anni da sportivo. Poi studiando e praticando mi sono accorto che tutto era molto diverso rispetto a quello che pensavo. Ancora oggi, più mi addentro alla scoperta della mia disciplina e più resto affascinato della raffinatezza del corpo umano e delle grandi capacità di riequilibrio e quindi recupero che questo ha. Se ami il tuo lavoro tutto quello che fai non ti pesa, forse talvolta la passione ti porta ad esagerare e può capitare chi si lavori più con il cuore che con la testa, ma i risultati più difficili ed improbabili da raggiungere sono quelli che ti arricchiscono e ti soddisfano di più
Note biografiche
Il Dott. Alessio Cuturri Fisioterapista e Osteopata professionale si è laureato in fisioterapia nel 2006, ha seguito corsi di perfezionamento in riabilitazione Neurocognitiva presso il centro studi di riabilitazione Neurocognitiva Villa Miari Santorso (Vi). Si e' diplomato in Osteopatia presso la Maison de la thérapie manuelle Parigi ( Francia ). Lavora come Libero Professiosta.
Susanna Benassi

5 bevande contro lo stess

Esistono tanti rimedi contro lo stress. Ci sono i farmaci, ma dovrebbero sempre essere considerati una sorta di “extrema ratio”, nei casi più seri, e comunque sempre dietro indicazione di uno specialista. Ci sono i rimedi naturali, erbe e piante medicinali in grado di alleviare i sintomi di ansia e tensione accumulata nel corso della giornata. Ci sono gli stili di vita, vale a dire orari più regolari, una dieta anti stress, niente stravizi. Pochi però sanno che, se siamo davvero stressati, in nostro aiuto possono correre anche alcune bevande. Quali? Vediamole. 1) Un bicchiere di latte - Il latte contiene una sostanza chiamata triptofano, che quando viene metabolizzata si trasforma nell’ormone del benessere e della tranquillità: la serotonina. E poi, il latte contiene calcio, magnesio e potassio, sostanze benefiche perché capaci di abbassare la pressione, quando schizza in alto per colpa dello stress. 2) Una cioccolata calda - Il cioccolato stimola il rilascio nel cervello della dopamina e di oppioidi che favoriscono la sensazione di piacere. E poi, una bevanda calda alza la temperatura del corpo, una situazione che associamo inconsciamente al comfort, e stimola quella parte del sistema nervoso che favorisce il rilassamento. 3) Tè nero - Bevuto al posto del caffè, quattro volte al giorno per sei settimane, il cortisolo, l’ormone dello stress. Lo ha dimostrato uno studio dell’University College of London (Gran Bretagna). 4) Una tazza di tè verde - Il tè verde è un concentrato di teanina, una sostanza che aumenta la produzione delle onde alfa da parte del cervello (inducono al relax) e fa abbassare l’emissione di onde beta (associate alla tensione emotiva). 5) Un bicchiere di acqua fredda - Subito dopo aver bevuto un po’ di acqua fresca, uscite a fare una passeggiata all’aperto: l’acqua stimola la circolazione, l’aria dà all’organismo una sferzata di energia e aumenta la produzione di endorfine. La soluzione ideale per mandare via lo stress.

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