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NON LASCIAMO INVECCHIARE IL NOSTRO CERVELLO !

di SUSANNABENASSI Le funzioni intellettive come il resto del nostro corpo subiscono, con il passare degli anni, un inevitabile e naturale invecchiamento graduale. Una flessione che può essere definita "normale" e fisiologica,legata all'avanzare dell'età.Alcune patologie neurologiche accelerano, spesso anche in maniera esponenziale, questo processo degenerativo, ma esiste una "linea di mezzo" che s'interpone tra le due situazioni estreme appena descritte che non si può quindi definire "nella norma", ma neanche considerare una vera e propria patologia già  in essere.Le funzioni cognitive sono nella fattispecie, più accentuatamente flesse rispetto a quanto dovrebbero,ma seppure rappresentino uno "stato di allerta" di fronte al pericolo di sviluppare una demenza, non permettono di porre una diagnosi di conclamata patologia dementigena.

Intervista al Dr.Claudio Lucetti, neurologo e dirigente medico presso l'U.O. di Neurologia dell'ospedale Versilia.
 
Come si sviluppano e che tipo di andamento seguono le facoltà intellettive?
Una volta raggiunto l’apice dello sviluppo intellettivo attorno ai diciotto-
vent’anni, in tutti noi inizia una lenta ed inevitabile flessione di alcune
facoltà cognitive (memoria, attenzione, etc).Se vogliamo rappresentare
graficamente l’andamento delle funzioni cognitive nel corso della nostra
vita, quella che otteniamo  è una parabola in cui  l’apice dello sviluppo e' fissato attorno ai 20 anni e dove il successivo braccio “calante” corrisponde alla flessione cognitiva che si manifesta con il crescere dell’età.
Cosa comporta l'invecchiamento cognitivo? Come si manifesta?
L’invecchiamento si accompagna anche ad una riduzione nella velocità dielaborare le informazioni e ad una diminuita efficienza  nella capacità dirisolvere nuovi problemi, mentre le attività che dipendono da capacità esercitate nel corso degli anni risultano meglio conservate. Possiamo pertanto affermare che  sono le  prestazioni fornite  in compiti,sia basati sulla velocità di processamento, sia caratterizzati dalla novità degli stimoli, quelle che più facilmente vanno incontro ad un progressivo decadimento.Compaiono anche alcuni cambiamenti nel comportamento,come l’irrigidimento del carattere e l’eccessiva preoccupazione per eventi di relativa importanza, che riflettono una diminuita capacità di adattamento all’ambiente.
Quali sono le aree del cervello più colpite dall'invecchiamento?
Dati neuropsicologici e neurochimici indicano che le aree del cervello che
maggiormente risentono del declino correlato con l'invecchiamento sono quelle del lobo frontale, del lobo temporale e dell'ippocampo. Questo è confermato anche da studi post mortem che hanno mostrato  una riduzione delle dimensioni dei neuroni e della densità sinaptica nelle aree sopracitate nella popolazione anziana.  
Ma possiamo, per così dire, "standardizzare" in termini temporali, il processo di invecchiamento?
L'esperienza comune e l'osservazione, dimostrano che il processo di
invecchiamento non è per tutti uguale. L'uomo, difatti è "un viaggiatore nel
tempo", passa dall'età giovanile caratterizzata da vigore fisico e grande
"forza" del presente, all'età adulta interessata maggiormente da ipotesi
progettuali (lavoro, famiglia, figli), alla vecchiaia, nella quale la  perdita
della vigoria fisica limita il presente e c'è una "spinta" verso il passato.
Ogni persona ha i suoi tempi in questo viaggio per cui, rubando una citazione a Shakespeare:“Il tempo viaggia con diversa andatura a seconda delle persone”.
Da cosa si ipotizza sia determinata questa differenza? 
Questa,probabilmente, ha un'origine biologica che va ricercata nel background genetico di ognuno di noi e, dati della letteratura scientifica sembrano confermare questa ipotesi visto che esistono geni  candidati, che potrebbero essere collegati all'invecchiamento di alcune zone specifiche del cervello come l'ippocampo o la corteccia frontale.E' vero tuttavia che studi più recenti, che integrano le interazioni complesse tra influenze genetiche e l'ambiente, evidenziano come lo stile di vita, il livello di scolarità, l’expertise, l’attività fisica e cognitiva hanno un "peso" considerevole nella modulazione dei processi di invecchiamento cerebrale. Esiste un rapporto per cui più alta è la scolarità e/o il livello culturale, minore è la propensione a sviluppare malattie neurodegenerative. Inoltre,una regolare attività fisica esercita un effetto propettivo sul nostro cervello, perchè favorisce la liberazione di fattori trofici (sostanze che  rafforzano il cervello) che migliorano la circolazione cerebrale.Di sicuro nella attuale società i deficit cognitivi legati all’età possono avere un  impatto significativo in considerazione del fatto che le persone spesso hanno bisogno di funzioni cognitive più elevate per soddisfare perfino le esigenze  di base come pagare le bollette. Un numero sempre maggiore di persone ultra 65enni vive con angoscia la percezione del calo del proprio rendimento cognitivo e prova un senso di inadeguatezza nei confronti di un mondo nel quale non solo sono aumentate le informazioni, ma ci vengono anche fornite ad un ritmo sempre più veloce.   
Parliamo di questa specie di "limbo" in cui le facoltà cognitive sono
lievemente compromesse, seppure non in maniera così seria come nel caso delle demenze...

È stata ipotizzata l’esistenza di un continuum cognitivo  che va dall’
invecchiamento normale alla demenza, passando per una fase di compromissione lieve.I pazienti in questa fase, vengono attualmente inquadrati nell'ambito di un'entità nosologica (classificata) definita come  Mild Cognitive imparment  (MCI) e rappresentano quella popolazione di soggetti anziani che non sono compromessi nel loro funzionamento quotidiano, ma che hanno un subclinico deficit cognitivo, e sono potenzialmente a rischio di sviluppare malattie dementigene.

Quali sono le demenze e dove si posiziona la MCI ( compromissione cognitiva lieve) rispetto ad esse?
Esistono varie forme di demenza neurodegenerativa (demenza di Alzheimer, demenza, fronto-temporale, demenza nei parkinsonismi), ad oggi sappiamo che l' MCI rappresenta una condizione trasversale, cioè qualunque sia  la diagnosi finale in ciascuna delle forme suddette è presente uno stadio precedente  di durata variabile in cui si hanno dei disturbi cognitivi lievi inquadrabili come MCI.

Quali sono questi sintomi potenzialmente premonitori?
Per definire il MCI  sono stati proposti una serie di criteri operativi che
possiamo facilmente schematizzare in:
 1. Presenza di un disturbo soggettivo di memoria, preferibilmente confermato da un familiare.
2. Deficit di memoria maggiore di quello che ci si aspetterebbe nei soggetti
di pari età e scolarità, definito in termini di prestazioni inferiori a 1,5,deviazione standard (DS) al di sotto del gruppo di controllo di riferimento
3. Normali capacità di eseguire attività nella vita quotidiana.
Quest’ultimo punto si caratterizza come l’elemento essenziale che differenzia il MCI dalla demenza, che rappresenta,invece, quella condizione in cui la diminuzione delle prestazione cognitive è tale da compromettere sia le attività della vita quotidiana (lavoro, sostentamento, cura della persona ecc) sia le relazioni sociali.

In caso di demenza invece, quali sono i sintomi più indicativi?
Nel caso della demenza è necessaria la presenza di deficit cognitivi multipli
che includono la compromissione della memoria e di una (o più) funzioni
cognitive fra cui il linguaggio, la capacità di riconoscere i contenuti, di
organizzare e pianificare strategie comportamentali e d’azione. Da qui l’
importanza di una valutazione neuropsicologica che sia in grado di valutare sia qualitativamente che quantitativamente il profilo cognitivo del paziente.

 Abbiamo detto che chi viene inquadrato nel MCI ha elevate probabilità di sviluppare una demenza... Sappiamo in che percentuale?
La stima del tasso di conversione in demenza varia moltissimo in relazione al tipo di studio effettuato e alla minore o maggiore restrittività dei criteri
utilizzati per porre la diagnosi di MCI. Possiamo dire che le percentuali variano da un  10-15 per cento all’anno fino al 20-50 per cento in 2-3
anni. Ci sono dati in favore dell'ipotesi che i pazienti con MCI che hanno una maggior probabilità di covertire in demenza  sono quelli in cui i deficit
cognitivi emersi alle valutazioni neuropsicologiche interessano più funzioni
corticali superiori (in questo caso si parla di MCI-multiple domain). E'
tuttavia vero che non tutti i pazienti affetti da MCI convertono in demenza e una piccola percentuale può adirittura migliorare le proprie performance
cognitive nel tempo.

Spesso ci viene detto che tenere il cervello in allenamento, aiuta a
mantenerlo in forma... E' vero? Ciò vale a tutte le età?  E che tipo di
attività si dovrebbero praticare ?

Abbiamo visto che l’invecchiamento cerebrale è un evento naturale e
fisiologico, è altrettanto vero che una società come la nostra "ammette" con
difficoltà cervelli invecchiati! Studi hanno dimostrato in maniera incontrovertibile che tenere allenata la mente riduce l’invecchiamento e potenzia la memoria; sarebbe opportuno adirittura iniziare questa attività di allenamento durante l'intera vita di una persona, dall’infanzia alla vecchiaia, per cercare di tenere in buona salute il cervello. Possiamo rallentare l'invecchiamento tenendo in allenamento costante
il cervello tramite la lettura di libri, la scrittura e la partecipazione alle
attività che stimolano i processi cognitivi. Alcuni studi prestigiosi hanno evidenziato che forme di allenamento cognitivo, ben strutturate e sostenute con regolarità, portano al mantenimento e al potenzialmento delle abilità residue. La combinazione di allenamento fisico e mentale associati ad uno stile di vita e una terapia medica che rimuova tutti i potenziali fattori di rischio che influiscono sulla salute dell'organo ‘cervello’ sembrano la carta vincente per contrastare lo sviluppo di demenza.Oggi è possibile effettuare, attraverso dei programmi informatizzati, dei  training cognitivi intensivi e ben strutturati che si sono dimostrati efficaci nella gestione del decadimento cognitivo specie nei pazienti con MCI.

Nel caso di diagnosi di MCI esistono cure, o rimedi che possano rallentare o stoppare il processo degenerativo? Se si, ci può indicare quali sono?
È chiaro che il MCI sarebbe lo stadio ottimale per un intervento terapeutico
precoce, ma ad oggi,  non sono disponibili farmaci di sicura efficacia e
soprattutto in grado di arrestare l'eventuale processo neurodegenerativo.
Nella letteratura scientifica non sono emerse sufficienti evidenze per
raccomandare nei soggetti con MCI  l'uso dei farmaci comunemente impiegati perle demenze.
Note biografiche                                                                                           Il Dr. Claudio Lucetti e' nato il 19.07.1965 a Carrara (MS), si è laureato in Medicina e Chirurgia presso Università di Pisa nel 1993 e nel 1998 ha acquisito la specializzazione in Neurologia presso la medesima Università. Nel periodo successivo alla specializzazione ha lavorato presso la Clinica Neurologica di Pisa come assegnista di ricerca fino al 2002. Nel 2007 ha conseguito il dottorato di ricerca in “Esplorazione molecolare, metabolica e funzionale del sistema nervoso e degli organi di senso”. Dal 2004 lavora come dirigente medico presso l’U.O. di Neurologia dell’ospedale “Versilia”. E’ autore o co-autore di 50 pubblicazioni scientifiche indexate su medline. Nel corso degli anni ha partecipato come “investigator” a vari protocolli con farmaci sperimentali per il trattamento della Malattia di Parkinson e delle demenze. Per quanto concerne gli aspetti scientifici, nell’ultimo periodo, l'interesse si è rivolto soprattutto allo studio dei pazienti con Malattia di Parkinson con le innovative tecniche di neuroimmagine fornite dalla voxel-based morphometry e dalla risonanza magnetica funzionale. Questo è stato reso possibile grazie alla collaborazione con l’U.O. di radiologia dell’ospedale “Versilia” e con l’Università di Firenze e parte dei risultati emersi sono stati oggetto di relazioni a congressi sia italiani che internazionali
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